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Dare valore agli scarti alimentari

Upcycling è un termine coniato nel 2020 dall’Associazione americana Upcycling food per sensibilizzare la clientela su un nuovo trend di produzione e consumo. Si parla di economia circolare e di come utilizzare gli scarti di produzione alimentare per generare nuovo valore nel segmento della produzione alimentare ma non solo. Nel 2021 tale associazione è riuscita a riunire più di 125 aziende in America che fanno della sostenibilità il loro claim più importante, creando anche una certificazione per chi produce regolarmente prodotti alimentari derivanti dalla pratica dell’upcycling.
Infatti già nel il 1963 la Heineken crea il primo prodotto commerciale che è stato un grande esempio di upcycling. Si tratta del mattone per edilizia detto “Wobo”, creato partendo da bottiglie di birra vuote.
L’Upcycling non è sinonimo di recycling (riciclo), che significa trasformare i rifiuti in un prodotto adatto a un nuovo utilizzo. La traduzione che più si avvicina è “rivalorizzazione”, il bene scartato non trova solo nuova vita, ma lo fa acquistando un maggior valore rispetto all’oggetto o al materiale originario.

 

Upcycling: una parola nuova per una tradizione consolidata

Soprattutto nella vita di tutti i giorni ci capita spesso di conservare oggetti che hanno esaurito il loro compito, ma che non riusciamo a gettare. Perché non donare loro nuova vita? Magari risparmiando i costi di smaltimento e proteggendo l’ambiente con questo nuovo modo di fare economia sostenibile. Gli esempi in ambito domestico sono innumerevoli e fanno parte della cultura dell’uomo che soprattutto in passato non buttava via nulla di riutilizzabile.

Dall’ambito domestico a quello dell’architettura, oggi l’upcycling è un trend di consumo e lo puoi ritrovare anche a tavola. Non parlo di piatti di recupero ma di ingredienti veri e propri come la farina di birra Ley.
A pensarci bene l’upcycling del cibo è un’abitudine antica quanto l’uomo, basata sulla capacità di valorizzare e utilizzare al meglio ogni risorsa utile, senza sprecare nulla. Una vecchia abitudine che però la società dei consumi sembra aver via via dimenticato, ma che oggi rappresenta una via privilegiata e vincente alla sostenibilità.

Da un’attenta analisi l’associazione upcycling food ha calcolato che in media il 30% della produzione alimentare di frutta, verdura e cereali risulta essere scarto da non immettere in commercio. Il riutilizzo di queste derrate porterebbe efficienza al modello di produzione evitando che il 20% delle risorse idriche utilizzate, il 25% dei terreni coltivati e l’8% di emissioni di gas serra prodotte rispetto al totale vengano utilizzate senza immettere valore nel sistema, ma causando, fino ad oggi altri sprechi.
La sfida più difficile in questo momento è quella di educare il pubblico e rassicurarlo sul fatto che i prodotti derivanti da uno scarto alimentare sono buoni, e fanno bene alla persona e all’ambiente per arrivare ad un modello di consumo più sostenibile per la nostra civiltà.